Photos by Silvana Rizzi – Scattate con Iphone 7 Plus

Da Bagan al Triangolo d’oro

Bagan

Rent E-Bike dice il cartello. Sono un’appassionata di bicicletta e l’idea di affittarne una per girare tra i templi di Bagan, mi riempie di entusiasmo. In realtà si tratta di motorini elettrici facili da usare. L’idea è fantastica, ideale per scoprire liberamente, piantina alla mano, l’immenso sito archeologico di Bagan, uno dei più belli del mondo, costellato di migliaia di pagode costruite tra il IX e il XII secolo. Alcune oggi hanno un cappuccio azzurro in cima, a denunciare che sono in attesa di restauro, dopo il terremoto dell’agosto 2016. Ogni tanto, in mezzo ai templi, compaiono carri trascinati dai buoi e contadine con fascine di legna nelle ceste.

 

Accanto a templi famosi, come la suggestiva Shwezigon pagoda, sulle rive dell’Irrawaddy, Ananda con il Buddha in piedi risplendente d’oro, o Gu Byaukgyi dai magnifici affreschi, ci sono infinite altre pagode in cui entrare. Da non perdere il villaggio di Minnanthu con il suo gruppo di templi affrescati, tra cui Nandaminya e Shweyinhmao.

 

Il modo migliore per terminare la giornata è un giro in barca sull’Irrawaddy al tramonto, con il profilo dei templi e delle colline sullo sfondo. A cena si va in uno dei ristorantini di quella, che abbiamo soprannominato la Fifth Avenue di Bagan: una lunga strada su cui si affacciano trattorie e negozi di lacche( bellissime, da non perdere la lavorazione alla Bagan House) .

Si mangia bene, sempre a ottimi prezzi, al Black Rose e al Little Village, mentre, come albergo, suggerisco il piacevolissimo Myanmar Treasure Resort (www.myanmartreasureresorts.com).

 

Da Bagan a Kalaw

Ancora una volta abbiamo scelto l’auto per raggiungere il mitico Lago Inle, invece dell’aereo, che ci avrebbe fatto arrivare a destinazione in un’ora di volo. In sette ore circa di viaggio raggiungiamo Kalaw, villaggio di montagna, punto di partenza di numerosi trekking. Per arrivarci, scavalchiamo montagne, attraversiamo villaggi agricoli, costeggiamo risaie e foreste di teak, l’albero più pregiato della Birmania, rase al suolo senza pietà, al tempo dei militari, e ora in via di ripopolamento. Insomma, ancora una volta, prendiamo atto della vita del paese, al di fuori dalle rotte turistiche. Tra le altre cose, assistiamo alla creazione artigianale degli ombrelli in legno e all’affascinante produzione della carta Shan, realizzata con un impasto di pasta di gelso steso e immerso nell’acqua, in cui vengono inseriti fiori colorati. Una meraviglia!

 

A mezz’ora da Kalaw, il lago Inle ha il valore di una meritata conquista. Al Treasure Resort, il nostro suggestivo albergo su palafitte, affacciato sul lago, arriveremo solo al tramonto. Quando ci verrete, capirete il perché.

Una lancia ci aspetta lungo il canale e voliamo sull’acqua placida del lago, punteggiato da villaggi su palafitte, abitate dagli Intha, isolette con templi buddisti, e orti galleggianti. Qua e là spuntano le canoe dei pescatori. Remano appoggiando il remo a una gamba, per potere manovrare le nasse con tutte e due le mani. Altri invece si sporgono dalla barca per coltivare pomodori, melanzane, fagioli, aglio e cipolle. Gli orti fertilissimi, ancorati al fondo grazie a pali di bambù, crescono su un’isola di giacinti e alghe, su cui si dispone uno strato di terra.

Il giro tra i villaggi sull’acqua è suggestivo. Scendiamo dalla canoa per vedere come si costruiscono le barche di legno. Il luogo sembra uno squero veneziano! Nel villaggio In Pawkhoneon le donne tessono sciarpe magnifiche, utilizzando lo stelo dei fiori di loto. Questo è anche il posto migliore per acquistare camicie e giacche in cotone in stile birmano.

 

Il Lago Inle non finisce di sorprendere. Nel pomeriggio si fila in barca tra canneti, lungo uno stretto canale, fino a raggiungere il villaggio Pa-Oh di Indein. Anche qui non mancano le bancarelle per turisti, ma non importa: le pagode sulla collina sono affascinanti. A piedi saliamo alla scoperta del luogo. Alcuni stupa sono in rovina, altri conservano sculture in stucco, altri ancora sono avvolti dalla vegetazione. Più si sale, meno turisti s’incontrano e più ci si sente dei veri viaggiatori.

Kengtung, nel cuore del Triangolo d’oro

Non avrei potuto programmare un viaggio in Myanmar, senza arrivare nei villaggi, dove vivono etnie dai costumi ancora ancestrali. Così, scartati lo stato Rakhine, per i motivi espressi all’inizio dell’articolo, e i Kayan con le donne giraffa, preda ormai dei turisti, opto per Kengtung, nello stato Shan, al confine con la Thailandia, un tempo regno delle coltivazioni di oppio, oggi aperto al turismo, senza richiesta di permessi particolari. Ci arriviamo in aereo, passando da Yangon. Il luogo mi piace. La vera sala d’aspetto dell’aeroporto è all’aperto, in mezzo a galli e galline. Chi arriva in anticipo si diede a una delle minuscole sale da tè lungo la strada, in tutto relax.

 

 

L’arrivo all’albergo ci spiazza. L’Amazing Keng Tong Resort , costruito dopo aver abbattuto il bellissimo palazzo reale, ricorda le strutture comuniste degli anni’50.

Niente ascensore, ma due grandi scaloni, camere buone e luminose, affacciate sulla piscina. Alla reception poche ragazze capiscono l’inglese, in compenso sono bravissime nel fare massaggi Thai, che non mi faccio certo mancare (15/20 dollari). Soprattutto dopo una giornata di trekking.

Kengtung è una cittadina simpatica, adagiata al centro di una valle tra montagne ricoperte di vegetazione e affacciata su un piccolo lago interno, con edifici coloniali interessanti e tanti templi buddhisti.

 

 

Moe, la guida, intuisce la nostra curiosità di vedere subito almeno un’etnia. Se no, perché venire fin qui? Depositiamo i bagagli e partiamo in auto. L’atmosfera è magica: intorno risaie a perdita d’occhio, illuminate dalla luce radente del sole. All’improvviso appare lungo la strada una donna con cinturone dorato in vita, abito a righe e un secchio in mano. Ci fermiamo all’istante per fotografarla e proseguiamo in auto per il suo villaggio a breve distanza. Qui, a Wan Pauk, abita l’etnia Pa Laung. Giriamo nelle viuzze dalle case in legno, tra maiali e galline, saliamo a vedere una donna che tesse bellissime sciarpe in cotone.

Il giorno dopo tutti pronti per il trekking. Con Moe e la guida locale facciamo la spesa per il picnic al mercato di Keng Tong. La scelta è difficile, ma pane, salsicce, banane e aranci vanno bene anche per noi. La prima sosta è al villaggio Wan Ka, dove una famiglia imprenditrice produce il liquore di riso sake. La casa in legno è tenuta alla perfezione. A denunciare la ricchezza della gente sono i tanti galli da combattimento, chiusi in grandi gabbie o liberi di razzolare in mezzo al bosco. Le lotte dei galli sono frequentatissime e le scommesse alte.

 

Un tratto in auto e poi un’oretta a piedi per raggiungere il villaggio Pin Lay, dove vive la tribù Ann.. All’arrivo, una frotta di bambini ci viene incontro sventolando braccialettini fatti a mano. Proseguiamo in mezzo a un’ala di folla. La guida ci fa salire sul grande terrazzo di una casa, dove sediamo per terra per il picnic, tra la curiosità di tutti. Arrivano le donne vestite di nero con giacchine( si fa per dire) dai bottoni colorati, pronte a venderci di tutto. Sorridono, mostrando i denti neri come la pece. Gli Ann sono animisti e, temendo che i denti bianchi si possano assimilare con quelli dei cani, usano il nerofumo della cucina per tingerli!

La tribù più coreografica, che incontriamo in seguito a Wan Pin, è senz’altro quella degli Akha. Le donne indossano magnifici copricapo con palle d’argento, monete e perle colorate.

 

La mattina prima della partenza è dedicata al mercato di Keng Tung. Mi precipito al settore stoffe e vestiti. Delusione! La città, vicina a Cina e Thailandia, subisce l’influenza della moda cinese: tessuti artificiali, poco attraenti, che ricordano le nostre bancarelle a poco prezzo. Scopro invece che il fascino del mercato sta nel mix di gente delle colline, che scende a vendere i suoi prodotti. Sedute per terra, in fila, le donne espongono frutta, ma soprattutto un’infinita varietà di verdure, alcune mai viste fino ad ora. C’è anche una produzione di gelati artigianali inaspettata, tipo sorbetto. Non resisto. Ne compro uno. Buonissimo!

 

Per organizzare il viaggio:

Volo Emirates con sosta a Dubai (www.emirates.com).

Tour operator: Clup Viaggi, www.clupviaggi.it.

Lettura consigliata : Il Palazzo degli Specchi di Amitav Ghosh, ed.Neri Pozza.

 

 

 

One Response to Ritorno in Myanmar seconda parte
  1. Bellissimo.Mi sembra di essere in una stampa orientale, tra suggestioni primitive , paesaggi incredibili, in un luogo dell’anima .Tutto descritto in modo toccante.
    Gabriella.wegner@fastwebnet.it


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