In realtà ho dovuto arrivare fino alla fine per capire le corde che ha toccato in me questo piccolo volume.

Una nota di malinconia, di lirica tristezza permea lo scorrere di quadri ariosteschi.

È poesia, ma non in versi.

Una riflessione, forse un invito, in un certo qual senso, ad andare a ricercare dentro di noi il germoglio di quello che siamo diventati, che forse era già scritto, ma che aveva bisogno dei suoi tempi per esplicitarsi.

Per Fabio Stassi è il ritornare a questo racconto come lo aveva immaginato a vent’anni, quando ancora doveva “aspettare prima che tutti i nessi e i raccordi” diventassero “necessari” per dirla con Gesualdo Bufalino.

Vi si narra la storia di una compagnia di marionette, di pupi siciliani, per la precisione: attori di legno che mettono in scena le umane passioni.

“Ma la vera attrazione dello spettacolo era Cate” …. figlia del diavolo e della luna. “Piccola com’era si distingueva dal resto della compagnia più per l’assenza di fili che per i pochi centimetri di superiorità, prendendo le misure dai piedi al cimiero”.

Alta poco più delle marionette, Cate è un’Angelica in carne ed ossa che volteggia al centro del teatrino e di cui tutte le marionette sono innamorate: marionette di legno mosse da fili, ma con un’anima dentro, a cui lo Spagnolo, il padrone della compagnia, dà voce.

Lo Spagnolo, burbero e taciturno, non sa leggere, ma nei geroglifici dei mille libri che possiede crea le sue storie.

“Dalle sue storie mancava sempre qualcosa. Ma forse era così nella storia di tutti e anche questa incompiutezza aveva un senso che non sapeva capire. Pure di questo parlava col mare, la mattina, e il mare gli rispondeva, cadenzioso, che la vecchiaia è risacca e cancella ogni impronta dalla sabbia”.

Mi rimane, morbidamente malinconica, la presenza di Cate, “che nel mondo degli uomini era una nana da circo e nel teatro dei pupi l’Angelica più bella che si fosse mai vista”, la sensazione di avere la testa nelle nuvole della fantasia e i piedi che affondano le radici in tradizioni ancorate prepotentemente ad un antico passato.

 

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