“Fillus de anima.

E’ così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.

Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai”.

Così Maria a sei anni diventa figlia elettiva di Tzia Bonaria, tra la curiosità degli abitanti di Soreni.

Ultima figlia di madre vedova e senza pensione, a casa di Tzia Bonaria Maria si affaccia a una nuova vita, diventa importante per qualcuno che si prende cura di lei e può frequentare la scuola.

Tutto pare aver regalato a Maria benessere e serenità, ma c’è qualcosa che sfugge… certe uscite notturne di Tzia Bonaria, l’aura di rispetto che le aleggia intorno….

Più volte Maria arriva a sfiorare questo segreto dal quale la sua madre elettiva la vuole proteggere.

Non vuole, per ora, metterla a parte di questa sua identità.

La realtà è che Tzia Bonaria è una accabadora.

Una sorta di angelo della morte, che interviene quando la sofferenza non è più tollerabile e con un gesto di pietà e d’amore pone fine al patimento.

L’immagine dell’accabadora che esce dal romanzo di Michela Murgia  fa riflettere su questa figura tradizionale della cultura sarda e ci pone davanti l’attualissimo e allo stesso tempo antico tema dell’eutanasia.

Notizie delle accabadore sarde,  “(s’accabadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine”)” se ne trovano già in scritti dell’’800 anche se alcuni pensano che la loro esistenza sia da relegare a fantasie popolari.

Esse operavano con precisi rituali e strumenti, non si facevano pagare e agivano a scopo umanitario: sono  personaggi da collegare con culti paganeggianti residui.

Michela Murgia, nata a Cabras nel 1972, ci accompagna in questo viaggio nelle più intime tradizioni popolari sarde. Poesia e silenzi, delicatezza e potenza, forza e una sorta di malinconia sono le cose che mi risuonano dentro al termine di questa coinvolgente lettura.

 

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